domenica, dicembre 30, 2007

’O bbuono e ’o malamente 1e 2

di Antonio La Rosa
Non so quanti di voi conoscano gli "Almamegretta", una delle band più originali ed innovative degli anni ’90, ed in particolare la loro opera migliore, "Animamigrante"
La canzone d’apertura si intitolava appunto " ’O bbuono e ’o malamente", il cui testo era una amara riflessione di un giovane sbandato napoletano, che spiegava la ragione per cui lui aveva intrapreso la triste via della delinquenza comune, ma invitava a comprendere cosa aveva prodotto la sua devianza criminale. Poneva la domanda, illustrando le ragioni per cui la nostra società offre dei parametri di riferimento fondati solo sull’apparenza, sul benessere economico ad ogni costo, sui miti delle auto di grossa cilindrata, i soldi a volontà in tasca gli abiti firmati, la spregiudicatezza nelle ascese sociali e nelle carriere dei personaggi perbene.
Appunto: chi è " ’o bbuono" e chi è " ’o malamente"? Domanda che mi sono posto ascoltando i soliti sermoni televisivi a proposito dei tragici fatti di Badia al Pino. Vediamo un po’ di analizzare i fatti, partendo dalle notizie, o meglio dal modo come una certa notizia è stata data, dalle conseguenze derivate da questo metodo disinformativo e sensazionalistico che i nostri media spesso (per non dire quasi sempre) utilizzano nel volere essere i primi a dare in pasto all’opinione pubblica certe notizie, da quanto è accaduto nel pomeriggio e la sera, dai commenti sentiti in giro per le varie trasmissioni, e infine proviamo a ragionare sul fenomeno ultras odierno.
Di questo avevo già accennato in sede di commento a Parma - Juve, e dunque non è il caso di ritornarci. Prima che qualcuno mi voglia attribuire intenzioni giustificative dei fatti pomeridiani e serali di domenica scorsa, preciso che fatti del genere
- VANNO FERMAMENTE CONDANNATI DA CHIUNQUE COMMESSI, SENZA INDULGENZA ALCUNA. -
La cosa certa è che da un fatto che nulla aveva a che fare con il calcio, trattandosi di episodio tragico di cronaca nera, ove solo accidentalmente si inserisce l’aspetto calcistico, solo perché il morto era un tifoso laziale, si è risaliti al problema della violenza generata dal calcio, finendo proprio con il produrre la violenza del pomeriggio, a mio modo di vedere in parte figlia di questa impostura mediatica: sarebbe stata necessaria una maggiore discrezione e soprattutto una opportuna verifica dei fatti, prima di propinare la notizia nel modo come sopra ricordato, e quindi dare la notizia con la dovuta sensibilità ed attenzione, badandosi al fatto che a distanza di poche ore ovunque in Italia ci sarebbe stata una grossa raccolta di tifosi per assistere alle gare della giornata di campionato, nella massima serie come in quelle minori. Ma, visto che gli eventi sono successivamente sfociati in fatti di cronaca nera e di guerriglia urbana ingiustificabile, proviamo un po’ a ragionare sul contesto che oggi ci produce questi violenti che dal calcio traggono la ragione per atti come quelli a cui abbiamo assistito tutti. Cosa è il calcio oggi? Certamente è qualcosa che ha poco a che fare con lo sport, e molto con altri fenomeni. E’ una industria, è un fenomeno "oppio dei popoli del XXI secolo", è un luogo nel quale investire economicamente e politicamente per accrescere potere, è insomma un fattore nel quale si riversano tutti gli aspetti della società italiana. Da venti anni circa, il calcio è diventato strumento per incrementare introiti, e per incrementarli occorreva farlo diventare prodotto vendibile e in questo si è tracciata la strada per creare i soggetti che potessero acquistare a prezzi consistenti: insomma il calcio grazie all’avvento di Berlusconi è diventato prodotto da vendere televisivamente, sono nate prima Telepiù e i posticipi serali, poi la piattaforma satellitare D+, sono stati alterati gli orari delle gare, i calendari, si è ingigantita a poco a poco la Coppa dei Campioni, ridimensionandosi ogni altro torneo (le Coppe Nazionali, la Coppa delle Coppe, la Coppa UEFA) che fosse poco appetibile al mercato televisivo. Naturalmente questo significava "potere" per chi aveva da investire nel calcio, e a questo potere occorreva creare contropotere: ecco quindi la creazione del secondo polo satellitare, grazie ad una operazione finanziaria gestita (udite udite) da tale Guido Rossi, ossia la privatizzazione di Telecom (autentica rapina, così la definì il Financial Times), nelle mani di Colaninno, la creazione di Stream, la marea di denaro che venne erogata (denaro pubblico "privatizzato") verso certe società appartenenti ad un certo consorzio, che per alcuni anni riuscirono a "drogare" il mercato, potendo disporre di risorse notevoli. Calcio quindi che diventa meno fenomeno da stadio e più fenomeno da salotto, e dunque gli stadi per essere riempiti hanno bisogno di gente che sia calorosa verso la squadra di casa: così si comincia a creare il circolo vizioso e inarrestabile della collaborazione tra società di calcio e gruppi ultras, non a caso certi fenomeni, esistenti anche nel passato, guarda caso dagli anni ’90 ad oggi sono aumentati in misura esponenziale, basti pensare che il primo morto tragicamente per eventi collegati al calcio fu nel 1979 il povero Vincenzo Paparelli, e pensare invece a quanti morti ci sono stati dal 1989 fino ad oggi. Già, ma questo non è che un aspetto del discorso. Da un lato occorreva avere una stampa d’appoggio per avere potere nel calcio, e dunque una stampa che accusi sempre gli altri e difenda sempre i propri, anche a costo di difendere ciò che indifendibile non era, compresi certi episodi di teppismo; dall’altra occorreva avere delle tifoserie che "pesassero" molto nel gioco "politico" del calcio, al punto di condizionarlo: basti ricordare gli eventi precedenti alla famosa Perugia - Juventus, o alle dichiarazioni di Sensi l’anno successivo "se la Roma non vince lo scudetto, non sono in grado di garantire per l’ordine pubblico". Come dire, la minaccia di problemi di ordine pubblico diventa elemento condizionante per l’andamento delle competizioni calcistiche. Ancora: visto che le tifoserie cominciano ad acquisire potere e prestigio, in quanto determinanti anche per gli esiti finali dei tornei, o in quanto ben gratificate da dirigenti nei vari anni, possono pure diventare anche elettoralmente determinanti, e quindi oggetto di corteggiamenti ed attenzioni da parte dei politici di turno.
Ecco così personaggi che entrano nella politica forti dei risultati calcistici conseguiti, o che diventano amici di gruppi di tifosi per ottenerne i consensi elettorali, o magari finanziano treni speciali per consentire a gruppi di tifosi di protestare a tutela della propria squadra del cuore. La conseguenza è stata che negli ultimi anni i nostri politici sono stati molto attenti da un lato a cavalcare la tigre del tifo "ultras" per ottenerne vantaggi personali, dall’altro ad arrivare sempre in soccorso delle frange più violente, sempre giustificate da asserite "provocazioni", che potevano essere o qualche arbitraggio negativo, o qualche provvedimento seriamente punitivo, o qualunque cosa potesse essere usata a pretesto. E non è un caso che proprio il tifo della Capitale abbia più di altri beneficiato di queste forme demagogiche di indulgenze, dai fatti del 2000 e 2001, alle vicende del 2003, quando il rischio "ordine pubblico" è stato preso a pretesto per il gigantesco insabbiamento sulla vicenda fideiussioni false, o del 2004, il famoso derby sospeso dalle curve, con successiva guerriglia urbana violentissima, cose che non ebbero provvedimenti sanzionatori alcuno. Certo, anche la tutela del credito è entrata fortemente in campo, Geronzi e la Banca di Roma è stata quella che ha deciso la sopravvivenza e la crescita smodata di certe società, che successivamente sono state salvate per evitare disastri al gruppo bancario, utilizzandosi Carraro, presidente di Mediocredito Centrale (banca finanziaria del gruppo di Geronzi), messo al vertice della Federcalcio per tutelare dunque gli interessi del suo datore di lavoro e non per curare certo gli affari del calcio. Con la conseguenza che mai si è posto ed affrontato seriamente il problema della violenza generata dal tifo calcistico, che dunque è stato alimentato e fatto crescere da questo contesto.
Non a caso anche domenica sera i nostri politici si sono distinti per prese di posizioni velleitarie quanto demagogiche, avendo trovato il modo di speculare sulla tragedia, anzichè pensare a solidarizzare per affrontare il vero problema, che non è di violenza nel calcio, ma di violenza e basta, e di ordine pubblico, che deve essere garantito in modo intransigente, ma non certo a costo di sacrificare vite umane innocenti.Per anni hanno alimentato il tifo ultras, l’hanno coccolato,difeso anche in modo indecoroso, ne hanno fatto oggetto di sfruttamento economico, salvo poi versare lacrime di coccodrillo in occasione della tragedia di turno. Per questo, ripensando a quella canzone che citavo all’inizio, mi ritorna alla mente quella frase "tienelo a mente, chi è ’o bbuono e chi ’ o malamente" !
Condanniamo il fenomeno ultras, quando diventa pura violenza fine a sé stessa, teppismo per il teppismo, ma dobbiamo tenere bene a mente che c’è stato chi per anni l’ha alimentato in modo criminale, e che oggi non vuole affrontarlo seriamente, perché ha molto da perderci ad affrontarlo.Sarebbe stato sufficiente, fin dall’inizio,trattare i fatti di violenza per quelli che sono, ossia fatti di cronaca nera e di repressione criminale; sarebbe stato sufficiente, fin dall’inizio, ragionare su come fare prevenzione. Ma tanti hanno preferito sfruttare il fenomeno a fini propri, ed oggi come al solito vengono a proporre le solite misure insulse e illiberali, quali il divieto di trasferte ai tifosi, sospensione dei campionati e quant’altro di imbecille si possa proporre. Insomma, punire la gente perbene per cose non commesse, e soprattutto per coprire l’inettitudine di chi finora ha coperto il tutto. Io comincio ad avere qualche capello bianco, sono cresciuto durante il periodo rimasto tristemente e tragicamente famoso come "anni di piombo", quando quotidianamente ci si azzuffava tra studenti di sinistra e studenti fascisti,quando spesso le manifestazioni culminavano in sparatorie, quando era davvero rischioso andare nelle varie università che erano il luogo dove spadroneggiavano i violenti. Nessuno mai pensò di chiudere licei ed università, nessuno mai mi disse che non dovevo iscrivermi a Giurisprudenza di Catania perché era luogo ad egemonia fascista mentre io ero "rosso". Il problema lo si risolse quando il terrorismo e la violenza politica vennero affrontati con i giusti rimedi, quando ci fu unità tra tutte le componenti per debellare quel dramma. Ricetta facile, vero? Ma poi qualcuno ci rimetterebbe, questa è la verità, quindi meglio depistare, dare in pasto le solite chiose sul calcio che genera violenza (come se fosse il calcio di per sé a generarlo e non i personaggi che ci girano attorno e ci speculano, ad alimentarlo), ed i soliti provvedimenti idioti.
A Catania hanno chiuso lo stadio penalizzando la parte sana della tifoseria etnea: è servito a qualcosa? Rifaranno lo stesso anche adesso, del resto è il solito gattopardesco modo di cambiare tutto perché tutto rimanga come prima. Eviteremo così le trasferte dei tifosi, ma i soliti cialtroni si coccoleranno i tifosi ultras di casa. Il tutto con buona pace di un giovane che è morto mentre voleva andare a vedere la sua Lazio in trasferta, ucciso una seconda volta da come i media hanno presentato la notizia.

’O bbuono e ’o malamente (parte seconda 2 )

Ho ricevuto diverse email di apprezzamento a quanto scritto nel mio precedente intervento, ma ne ho ricevuto pure altre di critica e di dissenso.
Critiche e dissensi che posso riassumere in questo modo:
- avrei deviato la discussione su altri argomenti, quali l’ingerenza del mondo sportivo, politico, finanziario, nel fenomeno ultras, per evitare di affrontare il reale problema della violenza generata dal calcio e dal tifo “ultras”;
- avrei manifestato indirettamente solidarietà verso i violenti, cercando di giustificarne le ragioni e le origini, ed in questo modo avrei accusato il corpo della Polizia di Stato, di essere il vero colpevole di ogni episodio di violenza.
Non è così, dato che io ho voluto solo dare la mia opinione su come si sia evoluto un fenomeno che molti in passato negavano per “propri interessi di bottega”.
In verità il fenomeno della violenza del tifo ultras è da ritenersi cosa abbastanza recente, sicuramente accentuatasi da un ventennio a questa parte.
Non essendo io di Torino o dintorni, per anni sono stato un tifoso “da trasferta”, ho a suo tempo seguito la mia squadra del cuore in diversi stadi d’Italia, e non sempre nei settori ospiti, a Roma, a Napoli, a Catanzaro, a Lecce, a Milano, non ho mai temuto per la mia incolumità; ancora ricordo, stagione 1986 - 87, che al “Comunale” di Torino era possibile seguire Juventus - Inter mischiati con le tifoserie avversarie, o andare al Meazza (stagione 1983 - 84) e tifare Juventus in mezzo a tifosi interisti, qualchè sfottò, magari qualche imprecazione colorita, ma finiva lì.
Oggi siamo arrivati alle “gabbie” per i tifosi ospiti, che debbono arrivare, scortati, con notevole anticipo allo stadio ed uscire con notevole ritardo rispetto al termine della gara, e la cosa deve avere un suo significato, nel senso del progressivo imbarbarimento del tifo calcistico.
E questo imbarbarimento non è nato da solo ed all’improvviso, per questo nel mio intervento precedente ho voluto dare la “mia” spiegazione al fenomeno.
Andando poi all’episodio della morte di Gabriele Sandri, e agli atti di vera guerriglia urbana del pomeriggio e della sera di domenica, è evidente che i due fatti non vanno collegati, anche se il primo è stato il pretesto per i secondi.
Lo è stato, e lo ripeto, per il modo davvero indecoroso come è stata presentata la notizia, ed in questo i nostri media hanno la loro grave colpa, e come al solito NESSUNO HA FATTO PUBBLICA AMMENDA O AUTOCRITICA.
Neppure adesso che la vicenda comincia a delinearsi in modo più chiaro, ossia come vicenda che nasce da una probabile ed immotivata aggressione di un gruppo di tifosi verso un altro gruppo, più precisamente 8 - 10 persone che avrebbero aggredito un gruppo di 3 - 5 persone che viaggiavano in altra autovettura, tutti casualmente incontratisi presso l’area di servizio di Badia al Pino.
Avete notizia di qualcuno che abbia comunque criticato o condannato l’aggressione realizzata o tentata di un gruppo di tifosi verso un altro, colpevole solo di tenere per una squadra diversa?
Nessun giornalista romano o dei dintorni ha speso una parola per condannare il fatto, per condannare l’ottusità di una aggressione verso alcuni tifosi juventini, che in fondo stavano solo prendendo un caffè in un’area di servizio.
Certo, di norma per i nostri media, il tifoso juventino è sempre figlio di un dio minore, l’abbiamo sperimentato l’estate scorsa quando per futili motivi, uno juventino venne ucciso da un interista per uno sfottò, o come ancora a distanza di decenni siamo costretti a sentire autentici gesti di sciacallaggio mediatico verso la tragedia dell’Heysel, per cui il fatto che gli aggrediti fossero juventini e non, ad esempio, romanisti o interisti, sembra sia servito a cancellare dal novero delle notizie l’antefatto alla tragedia della morte di Gabriele Sandri.
Quindi anche stavolta se da un lato abbiamo sentito i soliti pianti coccodrilleschi sulla violenza nel calcio, dall’altro non abbiamo sentito una sola parola di critica o di condanna verso quei tifosi che aggrediscono o che saccheggiano, preferendosi fare dei discorsi generici e dunque privi di significato.
In altri termini, i saccheggi di Roma hanno una loro matrice, una loro provenienza, costa molto dire che per l’ennesima volta il cosiddetto tifo violento che fa parte degli ambienti vicini alle squadre della Capitale, ha prodotto conseguenze che già in passato si erano verificate ed erano rimaste impunite?
O che a Bergamo se da un lato gli incidenti dentro lo stadio erano frutto di ultras atalantini, fuori dallo stadio anche i milanisti si erano “distinti” per comportamenti non meno violenti?
E non lo dico perché sto parlando di altri tifosi, lo dico perché, una volta per tutte, la violenza compiuta da qualsiasi gruppo che si definisce di “tifosi” ultras, va condannata e repressa, e dunque anche quando certe condotte dovessero essere compiute da juventini, le stesse vanno egualmente condannate e represse, come è accaduto in occasione del derby, cosa che ha prodotto il divieto per la tifoseria juventina di poter seguire la squadra a Firenze, provvedimento discutibile ma che ha avuto il suo effetto, come dimostra la sostanziale tranquillità della tanto temuta gara contro l’Inter.
E dico questo, SOTTOLINEANDO PURE CHE IL TIFOSO VIOLENTO E’ UNA COSA, IL TIFOSO “ULTRAS” E’ UN’ALTRA COSA.
Non facciamo di un’erba un fascio, i violenti vanno emarginati e repressi, la violenza va prevenuta e punita quando si manifesta, ma sbagliato sarebbe mortificare invece quella parte del tifo cosiddetto “ultras” che non ha e non vuole avere nulla a che fare con certi fenomeni degenerativi.
Ho avuto modo di conoscere ed apprezzare dei tifosi “ultras”, che durante la settimana sono persone normalissime, perbene, migliori di molte altre persone che popolano il mondo del calcio, gente che lavora, che cura la famiglia, l’educazione dei propri figli, che ha una ottima cultura e maturità, ma che la domenica vive il calcio in un modo molto diverso dalla tifoseria diciamo “normale”.
Dunque un tifo molto più caloroso e colorito, fatto di canti, di cori, di preparazione di striscioni per la domenica calcistica, di studio di coreografie e scenografie per la curva, di incitamento incessante per i propri beniamini, insomma qualcosa di positivo e di lodevole, altro che violenza fine a sé stessa o sfogo da frustrazioni della vita quotidiana.
Un modo di far tifo che magari non piacerà a tanti, ma che non è affatto fenomeno di violenza o di prevaricazione, dunque un modo di fare tifo “positivo” che a mio giudizio rischia di essere la vera vittima della violenza di certe frange che si sono infiltrate dentro il movimento “ultras”, dato che qualcuno sembra volere punire indiscriminatamente tutto il tifo ultras, per incapacità di affrontare, isolandoli, i veri teppisti e criminali che, grazie al fatto di essere stati a lungo protetti ed impuniti, con il tempo hanno preso piede in modo preoccupante all’interno del fenomeno del tifo “ultras”.
Andando poi all’episodio tragico di per sé, che secondo alcuni io mi sarei guardato dal commentare, anche qui va fatto un ragionamento sul fatto, distinguendosi la valutazione su CHI l’ha compiuto, da quella sul corpo a cui appartiene l’autore di quel fatto.
Saranno i giudici a dire cosa è realmente accaduto, anche se ormai pare evidente che si è trattato di un gesto davvero sconsiderato di un agente che, almeno si spera, avrà ritenuto di vedere qualcosa ben più grave di quella realmente accaduta, perché se così non fosse stato, e chi ha sparato l’avesse fatto solo per una presunzione di immunità ed impunità, la vicenda sarebbe davvero gravissima e inquietante.
Io non escludo a priori che all’interno della Polizia di Stato ci possano essere delle frange, come dire, propense al “rambismo” ed alla degenerazione di quello che è il loro compito istituzionale, e purtroppo la nostra cronaca ha avuto esempi tragici, dalla Diaz a qualche morte sospetta di recente.
Ma è anche vero che adesso la Polizia di Stato sta diventando un po’ il capro espiatorio di tutto, e non a caso non si sono elevate voci autorevoli a difesa del Corpo, neppure da quei settori che di norma dovrebbero essere più inclini, in via teorica, a difendere comunque chi è preposto alla tutela dell’ordine e della sicurezza.
Neppure questo mi sta bene, e sotto questo profilo, non posso che rifarmi al famoso scritto di Pasolini in difesa dei poliziotti nei famigerati scontri di Valle Giulia a Roma, nel 1968: nella Polizia ci potranno essere le mele marce, che dovranno essere tolte in fretta dal cesto, ma una cosa non va mai dimenticata, che chi sceglie quella carriera poco remunerativa e spesso a rischio e pericolo della propria vita, è gente che proviene dal “popolo”, che non guadagna quanto i nostri amati (e spesso anche troppo esaltati) assi del pallone, ma che ci assicura quel servizio d’ordine che ci consente di poter tifare per la nostra squadra del cuore, e che magari, nello svolgere quel servizio con diligenza, è pure costretto a sorbirsi gli insulti tante volte immotivati da quelli presenti nello stadio e nelle curve.
Che un poliziotto abbia sparato ad altezza d’uomo senza ragione apparente alcuna, provocando la morte di un giovane, è episodio gravissimo, certamente, che va punito; che anche in altre vicende ci siano stati poliziotti che abbiano infierito contro cittadini indifesi e senza colpe specifiche, può essere altrettanto grave e depracabile.
Ma la Polizia di Stato è quella che ha versato sangue contro la mafia, contro il terrorismo, contro la criminalità comune ed organizzata; è quella che quotidianamente ci assicura la sicurezza, l’ordine nelle città, nelle strade ed autostrade, è il corpo a cui ci rivolgiamo in caso di necessità ed urgenza, insomma non è un corpo dedito alle malefatte, ma è un corpo di servitori dello Stato, con il fondamentale compito di garantire la legalità nella vita quotidiana, compito che la stragrande maggioranza assicura con discrezione e con abnegazione, senza grandi riconoscimenti per la loro attività, senza grandi guadagni, e con il rischio non affatto teorico, di uscire la mattina non sapendo se si farà rientro a casa la sera.
Cose queste che non si possono cancellare di fronte ad un gesto, sconsiderato quanto si voglia, ma sostanzialmente isolato al cospetto di tanti comportamenti irreprensibili, eroici e compiuti nel silenzio quotidiano, che assicurano a tutti noi la vivibilità delle nostre città.
Quindi nessuna indulgenza verso chi sbaglia, ma grande apprezzamento verso chi compie lodevolmente il proprio dovere (che poi è la stragrande maggioranza) e soprattutto solidarietà, da parte mia, verso un Corpo dello Stato che stavolta è stato lasciato un po’ da solo, come se tutti avessero paura, di dire una cosa che in fondo è ovvia, ovvero che un poliziotto assassino non è affatto l’immagine della nostra Polizia.
E spero stavolta di avere fugato quei dubbi che con il mio precedente intervento avevo suscitato nella mente di qualche lettore.

E-mail: antonio.larosa@libero.it

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